Dopo Étretat, Claude Monet torna più volte in quella zona: la costa normanna lo affascina perché lì nulla rimane immobile: la luce, il tempo e il mare cambiano di ora in ora, ed è proprio uno di questi momenti che egli immortala nel 1885. Ciò che trovo particolarmente suggestivo qui è che il paesaggio non appare affatto immobile. Le barche da pesca stanno salpando, le loro vele rosso scuro e marroni si estendono in una catena sparpagliata sull’acqua tremolante - e alle loro spalle si erge la Porte d’Aval, quell’imponente arco roccioso, in perfetta quiete. Toni grigio-violacei nel cielo, turchese e bianco sporco nella baia, a cui si aggiungono le vele che, riflettendosi nell’acqua, continuano a ondeggiare: A Monet non interessa la veduta esatta di Étretat, bensì l’interazione tra spruzzi, foschia e movimento, che non si presenta mai due volte allo stesso modo.
Appesa alla parete, l’opera si impone immediatamente, sebbene non sia di grandi dimensioni. Ciò è dovuto a Nunzia, la cornice in vero legno nero: larga 49 mm, con due bordi profilati a tratteggio argentato che incorniciano la parte centrale scura sia verso l’interno che verso l’esterno. Questa cornice robusta conferisce alla costa avvolta dalla foschia un solido sostegno: se ci si allontana, l’immagine si stacca chiaramente dalla parete, quasi come una finestra sul cielo grigio del Canale. La superficie pittorica, 65 x 48 cm su tela satinata Leonardo, è inserita direttamente nel profilo senza passe-partout né vetro; il bordo laterale con finitura nera si fonde senza soluzione di continuità con la cornice. Chi si avvicina scopre la firma di Monet delicatamente impressa sulla tela - e forse, come me, rimane affascinato dalle pennellate pastose di bianco nell’acqua, che si possono seguire una per una.